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Workshop con Luca Mata a ISO600

02-08-2018 22:46

tags: workshop, instant, polaroid, sx70, fuji, sq6, wide, modelsharing,

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Ho avuto il piacere di essere selezionato per esporre qualche immagine instant a ISO600, che si è svolto a Riccione, dove ho presentato alcuni scatti del progetto "One for you and for me" sia del viaggio in Iran sia di quello in Vietnam.
Nel corso della manifestazione ho partecipato anche ad un workshop/model sharing di fotografia tenuto da Luca Mata con la modella Phuong Ong, una prima volta assoluta per me, interessato sopratutto alla tecnica di ripresa e anche all'uso "violento" del flash (una delle caratteristiche delle foto di Mata) strumento che uso sempre pochissimo, ma che in questa occasione ho trovato divertente da provare.
In generale l'esperienza è stata positiva, anche se troppe persone accalcate non hanno facilitato il tentativo di creare un qualcosa di meno frettoloso, scattando anche mentre altri chiedevano la posa e, certamente, non ha permesso di creare quel feeling necessario con la modella, cosa che ovviamente è basilare in qualsiasi tipo di fotografia si faccia dove è coinvolta una persona.
Ma è stato comunque interessante e divertente.
Ho usato una serie di apparecchi, con diverse caratteristiche, e questi sono i risultati

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La mamma di Marco

25-09-2017 12:17

tags: marcopesaresi,

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In questi mesi sono stato ad Arles, a Cortona, a Savignano e pure a Macerata Feltria (dove ho potuto finalmente ascoltare Francesco Cito, dopo anni di incontri mancati).
Ho visto di tutto, e, alla fine di questa grande scorpacciata di fotografia, mi rimangono, come sempre, ricordi di lavori superlativi, mediocri e pessimi.
Inutile fare un report di cose già scritte e, credo, condivise da chiunque frequenti con una certa costanza i festival di fotografia.
Mi rimane il rimpianto di non essere mai riuscito ad andare a Perpignan, perché collocato in date difficili da gestire con il mio lavoro, subito a ridosso della fine delle ferie. Cosa a cui porrò rimedio molto presto comunque.
Ma oggi mi voglio soffermare sulla piacevole sorpresa che ho avuto (io e tutti i visitatori ovviamente) nell’andare a visitare una bella retrospettiva su Marco Pesaresi a Savignano, ovvero il conoscere sua madre, una donna minuta, un fascio di nervi con caschetto rosso, che introduceva e accompagnava i visitatori all'interno della mostra.
Non sono un duro, anzi direi che sono più molle di un semolino annacquato, e mi ha colpito l’aspetto genitoriale di questo incontro.
L’energia con la quale ci ha raccontato gli aneddoti avvenuti durante la realizzazione di alcuni dei progetti, autentici capolavori, del fotografo riminese e la forza che deve mettere, tutti i giorni, per mantenere vivo il ricordo del figlio venuto a mancare ormai dal 2001.
Non nascondo di essermi commosso per questa donna che ha perso un figlio in quel modo, ma non solo, ha perso un artista, uno di quei pochi eletti con il dono della visione.
Se Marco Pesaresi avesse scelto di vivere, oggi, a 53 anni, sarebbe nel gotha della fotografia mondiale, perché le sue opere trascendono dal reportage, dal racconto e dalla fotografia stessa, perché il modo di trasmettere le sue visioni, per quanto mi riguarda, difficilmente sono riscontrabili in altri autori attualmente in giro.
Metto sotto una delle sue foto più famose, tratte dal lavoro su Rimini, una di quelle che mi ha sempre colpito, e che la mamma ha portato a Savignano; ditemi se dentro non ci vedete Michelangelo per la gestualità, Fellini e la sua Rimini e Marco stesso, riflesso in quegli occhi che non guardano niente ma che dicono tutto.
Un grande peccato, per la famiglia che ha perso un affetto, per tutti noi che abbiamo perso un genio.



more: 850_Rimini_Marco_Pesaresi__2.jpg (44.5 KB)

L'Uomo di Neanderthal

18-07-2017 14:30

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Come un bambino ho giocato con le mie istantanee, ho gustato a fondo quel momento in cui separi il negativo dal positivo e vedi l'immagine perfettamente esposta, gustandomi anche la delusione di un fuori fuoco o di un mosso.
Il leggero ronzio del motorino che espelle la pellicola, la foto che si manifesta in pochi secondi.
Davvero non ce la posso fare a lasciare tutto questo.

Off topic

02-06-2017 17:17

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Ormai di foto parlo e scrivo e basta, farne nemmeno a parlarne e, probabilmente, mi sto pure inacidendo dato che sempre meno sopporto quello che vedo in ambito espositivo fotografico.
Oggi tocca alla Fotografia Europa in mostra a Reggio Emilia, prima assoluta per me, nonostante la relativa vicinanza da dove abito, e nonostante ogni anno faccia centinaia di chilometri per vedere Arles e Cortona, questo festival non lo avevo mai preso in considerazione.
Credo si sia capito dalle prime parole che, per quanto mi riguarda, e sottolineo per il mio personalissimo, inesperto, gusto questo viaggio sia stato fondamentalmente un fiasco.
Posso riassumere così..
Se non ci fossero state la mostre di Strand e Gardin (ma anche di Ghirri, che per inciso non mi ha mai sconvolto) sul progetto di Zavattini “Un paese”, una ulteriore bella retrospettiva sulla vita artistica dello stesso Gardin e qualche bello scatto, sparpagliato tra le varie location, ci sarebbe stato da chiedere il rimborso del biglietto.
Non so davvero interpretare quello che ho visto, ma soprattutto non capisco la logica di chi seleziona certi progetti, più degni di una biennale di arte contemporanea che non di un evento fotografico.
Una delle cose che mi urta maggiormente è “la giovane fotografia” questo imperversare di “assenze” decine di “progetti” che nascono “dalla necessità di documentare..”
Ma necessità di chi? E, soprattutto, documentare cosa?
Un festival della futilità, senza capo e ne coda, foto e fotografi che si emulano a vicenda in un ripetersi continuo, come se i vari autori fossero parte di una stessa Matrioska in balia di una tempesta che li lascia concettualmente e perennemente in alto mare, senza possibilità di approdo.
Tanto sono in difficoltà che ho necessità di mettere delle foto a corredo, per cercare di trasmettere il mio pensiero e la mia insofferenza a questa esibizione, certamente snob, di prosopopea artistica.
Ma sbaglio io...certamente non sono all’altezza di capire, perché queste situazioni hanno preso il sopravvento, e se migliaia di persone fanno questa arte, e migliaia di critici ci sbrodolano sopra parole (così tante, e necessarie, da coprire il niente che descrivono) vuole dire che tra la Fotografia e il semplice appassionato, come sono io, si è creato un solco difficile da riempire.
E’ anche vero che i gusti sono vari e variabili, che la fotografia che piace a me non è certamente quella concettuale, non lo è mai stata e mai lo sarà e che molto probabilmente non sono un campione rappresentativo, d’altronde si parla di giovane fotografia ( e per quanto mi riguarda sono un acceso fautore del “largo ai giovani” ) e io di giovane comincio a non avere più niente.
Lascio a queste poche foto la descrizione del mio disagio ( ma,posso assicurare,anche di altri visitatori )di fronte ai "lavori" esposti.

Le prime tre. In una bella stanza vengono esposti 11 pannelli per un totale di 1350 fotografie, tutte fatte di notte, il soggetto è visibile, cancelli, strade,cartelli stradali,macchine e via discorrendo...qualità fotografica inesistente, il concetto? la ripetizione?, la monotonia? non saprei, dopo due minuti ero uscito.

Le successive tre. Qui di fotografie non ce ne sono proprio, così da togliere ogni dubbio a chi pensava di essere andato a vedere un festival di foto. Siamo all'ex ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, significato? Spiegatemelo voi, questa è una istallazione ( che ormai hanno preso il sopravvento ) totalmente estranea al concetto di fotografia e da qui il titolo del post OFF TOPIC.

Penultima. Anche questa non ha nessun nesso, è una istallazione ma non mi è dispiaciuto il concetto del trapano a mano che tritura la fotografia, certamente questo festival l'ha fatto

Ultima. Delle foto! Eureka!

Spero che Cortona non mi deluda, è la mia ultima spiaggia






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Letizia Battaglia

30-04-2017 14:17

tags: letiziabattaglia, maxxi,

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Ho visitato la mostra di Letizia Battaglia al MAXXI di Roma, un viaggio nell'Italia peggiore affrontato da questa grande donna con immenso coraggio e perseveranza.
In un periodo in cui la vita la rischiavi tutti i giorni per davvero, dove la mafia ci metteva un attimo a lasciarti steso per strada, crivellato di colpi, così come i tanti soggetti delle sue ormai famosissime e celebrate foto.
Ammiro sempre queste persone, si per il coraggio, ma anche per la passione suprema di mettere la documentazione (in questo caso fotografica, ma vale anche per lo scritto) prima di tutto, anche a rischio della propria vita o della propria salute mentale, sottoposta a continui stress, tra il fotografare gente morta ammazzata e ricevere minacce dirette, come testimoniato dalla lettera anonima nella qualche, in modo sgrammaticato e diretto, la si invitava a lasciare Palermo per sempre.
Delle foto è inutile dire, sono patrimonio storico e culturale di tutti.
L'evento al MAXXI è ormai concluso, ma se vi capita di incrociare la mostra non lasciatevela scappare.

Potevo non parlare di Genesi ?

29-12-2016 12:18

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Il mondo intero aspettava con trepidazione un mio parere sulla mostra di Salgado, Genesi, che ho visto proprio ieri a Forlì nella bella cornice del Museo di San Domenico.
Avendo scelto un anonimo Mercoledì pomeriggio pensavo di essere solo, o quasi, e di potermi gustare la mostra in pacifica solitudine, ma avevo sottovalutato quanto questo fotografo sia una vera star e come la sua fama abbia raggiunto persone non necessariamente appassionate di fotografia ma semplici amanti del bello in generale.
Con la piacevole sorpresa di avere anche una scolaresca di livello elementare a cui venivano spiegate le singole foto, sia come soggetto sia come tecnica di ripresa, da una brava accompagnatrice. Il bello non ha età e lo stupore dei bambini è unico.

Genesi è un'opera monumentale, scattata coraggiosamente in bianco e nero, coprendo tutti i continenti e prolungandosi per diversi anni creando, come dirò dopo, non pochi problemi tecnici al fotografo.
Scegliere di togliere il colore alla natura più selvaggia, al profondo azzurro dei ghiacciai o al verde intenso delle foreste amazzoniche, porta il visitatore a cercare con maggiore attenzione nei dettagli nascosti all'intero della foto.
Scorgere una figura umana nell'intreccio di una foresta di alberi secolari o scovare un uccello nella distesa di ghiaccio grigio, ti catapulta all'interno del progetto e, a volte, tanta è la bravura del fotografo, che pare di essere sul luogo e di sentirne i rumori, o i silenzi.

Come scrivevo prima, Salgado ha dovuto affrontare alcuni problemi tecnici durante la realizzazione del progetto, primo fra tutti l'essere costretto a passare dal medio formato analogico al digitale, causa cessazione della produzione della pellicola con la quale aveva deciso di lavorare. Ha quindi ripreso parte del lavoro in digitale ma, per dare uniformità al tutto, ha riportato gli scatti in analogico, facendo il percorso inverso a quello ormai abituale che tutti conosciamo. Un processo molto complicato e delicato, ben spiegato QUI che però, a mio modestissimo parere, ha creato alcuni danni.

Osservando alcune foto mi sono sentito decisamente a disagio, la spiacevole sensazione di trovarmi di fronte a foto in cui il foto ritocco è stato eccessivo e invadente, potrei dire imbarazzante se paragonato con altre foto, magari esposte li accanto, dove la naturalezza del risultato portava ad un confronto impietoso.
Non so, forse mi sbaglio, andrebbe visto dal vero per poter giudicare, non nascondo però che un certo amaro in bocca mi è rimasto, al di la dell'immensità del lavoro, della qualità delle riprese e della bellezza, smisurata e struggente, di questa nostra terra.

La digitale ce l'ho

28-08-2016 12:58

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Come detto nel primissimo post preferisco ancora la pellicola al digitale e, non solo, preferisco di gran lunga una foto fatta con la Holga (la citata scatoletta di plastica) ad una foto digitale.
Ma la digitale ce l'ho, perché certamente è uno strumento interessante e il mio modello è certamente molto (troppo) completo e mi permette(rebbe) di affrontare qualsiasi situazione con la certezza di portare a casa il risultato. Non è un modello da professionisti ma, d'altronde, neanche io lo sono per cui siamo pari.
Per avere una idea di cosa avevo comprato mi sono stampato il manuale d'istruzioni, oltre 170 pagine di informazioni, impostazioni e consigli vari.
Ovviamente si parte da come accendere la fotocamera al come mettere la pila ma, purtroppo per me, la stragrande maggioranza delle informazioni sono necessarie per avere un controllo minimo del mezzo.
Dopo averlo ripetutamente letto, almeno alcune sezioni, oggi posso dire di conoscere la macchina al 35% forse 40%.
Una delle cose che mi fa più impazzire è la memorizzazione della combinazione di tasti da utilizzare per attivare,disattivare o verificare la tal funzione.
Un tetris per me impossibile, che certifica impietosamente la mia poca attitudine rispetto alla tecnologia complessa.
Sono analogico dentro e questa estate ne ho avuto la conferma definitiva nel momento in cui mi sono incontrato con un amico, lui si utilizzatore digitale, e abbiamo passato un paio di giorni insieme sulle Dolomiti.
Bene, ho li scoperto il braketing tra pellicole, una delle più banali funzioni delle digitali moderne, la mia compresa, ovvero lo scatto di tre foto simultanee. Lui aveva scelto una con effetto Astia e due in bianco e nero con filtri diversi, uno rosso per avere un buon risultato nelle panoramiche, e uno verde per il ritratto scegliando dopo quale utilizzare e quale cancellare.
Ecco io non c'ero arrivato, per me il braketing era e rimaneva la famosa "forchetta" espositiva dove aumentavi e diminuivi gli stop per averne comunque una con l'esposizione corretta. Il massimo del modernismo è che la macchina li faceva in sequenza e automaticamente.
Il braketing tra effetti mi ha umiliato.
Con la Holga non hai praticamente diaframmi ne tempi da usare, scatti e preghi Ansel Adams affinché qualcosa salti fuori, che sia a fuoco e possibilmente fermo, ma anche no, alla fine chi se ne frega.
Come posso conciliare queste due sponde, o meglio, lo dico in slang ultramoderno, come posso diventare multitasking?
Come posso utilizzare un mezzo in cui devo attivare bottoni, funzioni, memorizzazioni, livellatori, punti di messa a fuoco e braketing con un altro dove l'attività principale è quella di ricordarsi di togliere il tappo dall'obiettivo?
E' molto semplice, e la risposta è già nella prima riga, non lo farò mai.

Cortona on the move [again]

31-07-2016 13:41

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E' passato un altro anno e il Cortona on the move si ripresenta ancora una volta pieno di interessanti esposizioni sulla fotografia di viaggio, anche se la definirei una carrellata di veri e propri reportage la cui qualità rimane, per i miei gusti, sempre molto alta.
In una bellissima giornata di sole infrasettimanale, e nonostante una città invasa dai turisti, anche quest'anno sono riuscito a godermi le mostre in totale solitudine, dandomi il tempo necessario per guardare e riguardare i vari lavori che sono distribuiti in belle location del centro storico e nella imponente Fortezza del Grifalco, qualche chilometro fuori Cortona.

Come detto trovo tutto il percorso corrispondente ai miei gusti di fotografia, quella che indaga e rappresenta la realtà delle cose, schiaffandoti in faccia la cruda immagine dei tempi che stiamo vivendo, passando per progetti faraonici come quello di Darcy Padilla che ha dedicato 21 anni a documentare la straziante vita di Julie nel suo progetto Family Love, al bellissimo Futuristic Archaeology di Daesung Lee sui cambiamenti climatici, ad altri lavori, più o meno corposi e di ottima qualità, tra cui segnalo anche Appleby di Mattia Zoppellaro, che si è meritato il privilegio di avere la propria immagine quale rappresentativa dell'intero festival ed è esposto all'esterno nei bei viali ombreggiati del Parco Parterre.

Sono però due i lavori che voglio segnalare con maggiore attenzione;

The Heavens, un lavoro di Paolo Woods e Gabriele Galimberti, che indaga a fondo su quelli che sono i paradisi fiscali nel mondo e di come sia facile eludere le tasse con l'avvio di società offshore creabili in pochi minuti e senza formalità alcuna, un network che coniuga sperduti uffici licenze in uno sperduto stato americano a paesi caraibici che delle società offshore hanno fatto la propria bandiera e ricchezza, dove si insegna in scuole pubbliche come amministrare questi capitali in modo che il futuro management sia autoctono.
Vedendo questa mostra, dopo aver compiuto un percorso fatto da immagini di sofferenza, povertà estrema e guerra, ci si trova di fronte alla sfrontatezza della ricchezza sfacciata, dell'opulenza cafona e fuori dalle regole, di persone che da sole possiedono più capitale di un piccolo stato.

L'altro è EUROPA una raccolta realizzata da vari autori della Magnum.
All'inizio il percorso narrativo pare il "solito" reportage sui migranti e sugli accadimenti di questi ultimi anni, passando per Lesbo, Lampedusa, la Croazia e l'Ungheria,le lotte in Palestina, i reticolati ed i muri di cemento armato.
Già questo basterebbe a turbare chiunque abbia un minimo di coscienza.
Ma poi, nello scorrere dei corridoi, alcune cose cambiano, le immagini sono diverse, così come le persone...non sono Africani questi, non sono Siriani che scappano dalla guerra, questi ci somigliano,siamo noi!
Sono i nostri genitori, e i nostri nonni, che scappano dai bombardamenti, che cercano rifugio e cibo portandosi dietro qualche vettovaglia, qualche straccio e i bambini piangenti.
Per poi arrivare, con un breve salto temporale, con la faccia davanti al muro di Berlino, alle famiglie separate, all'idiozia del genere umano che riesce sempre, e continuamente, a manifestare il peggio di se.
Loro oggi non sono altro che quello che siamo stati noi, ed è il messaggio che ho voluto cogliere da questo vero, e bellissimo, storyteller.

Chiudo infine segnalando il The Larry Towell Show della Magnum, un capitolo a parte che vi auguro di poter godere nella totale solitudine e silenzio, così come è capitato a me.

Confusione

04-06-2016 16:47

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Come da una vecchia canzone di Battisti ho in testa solo confusione.
Vorrei dare un senso compiuto alle centinaia di foto ferme li, parcheggiate senza senso in una cartella del computer.
Pubblicarle su un blog di viaggi, creare un nuovo album, le devo stampare? Mi piacerebbe esporle ma chi le faccio vedere? Ah mi devo ricordare di quel sito...
Non ne posso più, è frustrante e non trovo il bandolo della matassa, anche se cerco di mettere ordine al turbinio di pensieri e di idee poi non appena affronto la cosa mi perdo in mille pensieri, mi scordo e non faccio niente.
Anche uscire nei soliti luoghi a fare le solite foto mi deprime, vorrei sempre essere dall'altra parte del mondo, dove la curiosità mi spinge a guardare e a fotografare di tutto.
Per poi ricominciare, cose ne faccio di queste foto?
Confusione

I voli low-cost uccideranno la fotografia.

12-10-2014 15:10

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Sono reduce da un paio di esposizioni di fotografia, la prima Les Recontres D’Arles è una manifestazione internazionale di forte spessore e storia, con un passato glorioso ed un presente vivace così come lo è la fotografia in Francia. Un appuntamento annuale a cui faccio fatica a non partecipare.
La seconda, più casereccia, è il SiFest di Savignano, a pochi chilometri da casa, un festival che avrebbe avuto la pretesa di assurgere a ruoli internazionali ma che è rimasto, purtroppo, a livello delle varie rappresentazioni a livello locale o, al massimo, nazionale se si considera la transumanza degli appassionati che frequentano le varie letture e partecipano, con energia ed entusiasmo direi,a quasi tutte queste manifestazioni.

In entrambe le esposizioni ho notato questa nuova tendenza fotografica (che a me non sconvolge ma tant’è) praticata soprattutto dai giovani e dagli studenti di fotografia (non per niente ad Arles c’è la scuola nazionale francese di fotografia) di realizzare foto a soggetto amorfo che spesso riprendono giovani smunti, pallidi e praticamente sempre tristi. Appoggiati ad un muro, dentro ad un bosco, davanti al casermone di rito o stravaccati su una poltrona.
Quasi sempre a toni freddi, dominante ciano, capelli biondi immancabilmente unti.
Se si vedono così vuole dire che il danno sociale creato a questa generazione di precari è veramente alto.
Come conseguenza diretta di questa depressione, c’è il viaggio nel paese sfigato, la Romania è una delle mete predilette da quando esistono i voli low-cost, le immancabili foto dentro la cucina della famiglia media dove lui fuma, lei tiene in braccio l’ultimo arrivato mentre i fratelli, vestiti alla meglio, guardano fisso dentro all'obiettivo nella vana speranza di trovare una adozione, anche a distanza. Fanno da sfondo la foto del nonno morto e quella dell'immancabile santo magiaro circondato da fiori di plastica.
Sta prendendo piede anche il centro America, non economicissimo ma con varie combinazioni di voli ci si può arrivare senza dissanguarsi, dove la "Revolucion", la droga e la prostituzione sono fonte inesauribile di fotografie e di applausi nelle letture.
Chi ha paura dell’aereo si reca invece nella vicina spiaggia (ce n’è sempre una a tiro) per fotografare i bagni spogli, lo scheletro dell’ombrellone, i giochi per bambini abbandonati e ricoperti dalla sabbia dell’ultima mareggiata.
Ad Arles un artista olandese ha presentato una ventina di foto in maxi formato della piazza di alcune cittadine olandesi, tutte uguali, drammaticamente pensate allo stesso modo (le piazze) senza personalità ed alienanti. Credo e spero che il messaggio fosse questo ma alla terza piazzetta non ne potevo più e sono passato ad altro.
Ovviamente c'erano molti altri lavori interessanti, altri davvero notevoli che hanno ripagato la fatica del viaggio.
A Savignano c’erano esposizioni imbarazzanti per la vuotezza dei contenuti, c’erano lavori piacevoli, altri degni di nota, altri nemmeno notati così come accade sempre in queste occasioni.
Credo sia normale non incontrare i gusti di tutti, o che tutti (io) non capiscano le nuove tendenze artistiche.

Adesso vorrei dire una cosa; non sono un critico, non capisco le tendenze e certe foto non mi piacciono. Ma quanto scritto sopra rimane sempre dentro la sfera del gusto personale per cui il valore non è altro che una opinione e in quanto tale opinabile.
Non è neanche snobismo perché ho centinaia di foto, con le situazioni sopra descritte, che tracimano dai miei cassetti, così come dai cassetti di tutti.
Non c’è niente di male ad avere fatto quelle foto, è così bello e rilassante passare un pomeriggio di inverno al mare con la macchina fotografica al collo per vedere se poi si porta a casa qualcosa.
Per cui sono colpevole anche io, ma non fino al punto di pensare che quelle foto siano arte e meritino di essere esposte.

Quello che veramente mi disturba dunque è lo scarso livello di selezione, l'esigenza di riempire i muri con fotografie a prescindere, coronando il tutto con un livello di retorica insopportabile.
Le scelte dei così detti esperti sono sostenute da papiri di parole buttate li a caso.
Dieci foto della spiaggia di Rimini (o Viareggio è uguale..) diventano un percorso intimo nell’abbandono dell’anima, della speranza del ritorno, della ricerca di .....
Dieci foto dentro un capannone abbandonato sono la rappresentazione della periferia come “non luogo”, delle identità perdute, dell’incertezze del futuro...
Decine di righe a sostenere, molto spesso, il nulla fotografico; andate a vedervi il “progetto” intitolato E la nave va (titolone) che ha vinto uno dei premi a Savignano, poi mi direte se la mia è acredine, invidia o semplicemente lucidità mentale.

Se non fosse sufficiente a capire da dove tutto questo nasca, basta assistere ad alcune letture portfolio, ascoltare il troppo frequente nulla dei “lettori” che sbadigliando scorrono le nostre foto quasi ignorandole o vomitando parole e concetti che passano dall’orizzonte storto all’utero cosmologico, guardandosi intorno nella speranza che sia finita, cercando disperatamente di arrivare quanto prima all’ora di pranzo.

Vado a farmi una camomilla.

Le regole sono fatte per essere infrante?

Sono convinto che ognuno di noi abbia la propria tecnica ma, soprattutto, ognuno di noi cerchi di fare le foto che maggiormente lo rappresentano.
Credo si possa essere d'accordo che la prima persona a cui debba piacere una foto sia colui che la realizza, anche se siamo sovrastati da immagini prodotte ad uso e consumo dei "like" che potrà ottenere.
Sono assolutamente disinteressato (o refrattario) al risultato tecnico, e alle regole compositive, se anche una sola foto "esce", mi colpisce e mi emoziona, per me quel rullo è stato un successo.
Se poi è una emozione condivisa sono,ovviamente, più felice
Certo, non ho la pretesa di voler essere un Dalì della fotografia, ma a volte penso che il Bignamino delle regolette fotografiche condizioni fortemente, rischiando di trasformare il fruitore dell'immagine in uno che guarda ma non vede.
Una delle ultime critiche che mi hanno autorevolmente fatto è stata “ che nei miei schemi compositivi i vettori di forza vanno troppo spesso da sinistra verso destra.....”
Sarà perchè sono mancino ??..
A parte gli scherzi, questo genere di lettura non mi interessa, e non mi è mai interessato, ne per me, ne per le foto che ho il piacere di vedere.
Quelli che passano la vita con la livella a controllare l'orizzonte sono poi gli stessi che vanno in brodo di giuggiole davanti allo scatto della spiaggia,di HCB, dove l'orizzonte era molto storto, con la sola differenza che in quel caso "dona dinamicità" mentre nella mie è semplicemente storto e basta.
Ci può essere tutta la tecnica del mondo in una foto assolutamente insignificante e viceversa, dipende sempre dalla sensibilità di chi la guarda e giudica, ed è ovviamente lecito criticare ed essere criticati perché in questo modo si incontrano opinioni diverse, ognuna con le proprie ragioni, o torti, che comunque arricchiscono.
Per cui petto in fuori, fronte alta e avanti per la propria "strada".
A proposito, uno dei più bei complimenti mai ricevuti ad una mia foto, scritto da un anonimo foto amatore come lo sono io, è stato " Sei uno che sa raccontare".
Con buona pace dei vettori di forza.



Lomo e scatolette di plastica

08-02-2014 12:27

tags: lomo, lomography, holga, diana, lightleaks, lca, lca+,

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La Lomografia può essere considerata un vero e proprio approccio fotografico? oppure è semplicemente una moda, un pò snob, per distinguersi dalla massa dei fotografi che ormai, tra smartphone e macchinette compatte ad altissime prestazioni si moltiplicano in maniera esponenziale?

Sappiamo che la fotografia così come l’abbiamo pensata per più di un secolo è morta e sepolta. La fotografia fatta di ragionamento tecnico e del sapere attendere non è più praticabile in un mondo che ormai pretende di vedere e far vedere all’istante dove si è e con chi, cosa si mangia e cosa si beve, come ci si veste prima di uscire per andare a scuola o al lavoro.
Così come non è più (quasi) praticabile dal professionista fotografo che è costretto a consegnare il lavoro in tempi brevissimi e quindi deve essere certo del risultato ottenuto.
La fotografia digitale ed internet sono un connubio bellissimo ed esplosivo perché da una parte abbiamo avuto modo di vedere cose impensabili solo qualche anno fa, dall’altra ci siamo trovati sotto centinaia di milioni di foto inutili che tra l’altro hanno schiacciato verso il basso la possibilità, alle nuove leve della professione fotografo, di emergere deprimendo professionalità e, soprattutto, il riconoscimento del valore intellettuale ed economico di uno scatto.
Oggi tutti pensano di saper fare una foto ma, soprattutto, tutti sanno che con un qualsiasi programma di fotoritocco si possono ottenere in pochi minuti fotografie ad un livello più che accettabile per essere consumate in pochi secondi.
Così mentre il digitale aumentava le possibilità pratiche della fotografia, internet ed il fotoritocco la soffocavano.

Questo è un processo irreversibile per cui è inutile ricamarci sopra e quindi, tornando alla domanda iniziale, io credo che entrambe siamo delle verità; la Lomografia è indubbiamente un approccio fotografico ed è senz’altro una moda.

E’ un approccio fotografico, e qui posso parlare per esperienza personale, nel momento in cui non si riesce a partire per un viaggio agli antipodi, o per un tour fotografico sotto casa, senza pensare a che macchina portare, che pellicola, che tipo di situazioni troveremo o, ancora, cercando di immaginare che risultato otterremo ( il più delle volte disatteso...)

E’ una moda perché prima è scoppiata la mania di avere l’oggetto da esibire e poi questa mania si è trasferita (ancora) nel digitale.
Conoscete una app fotografica che non proponga filtri vintage, vignettatura o cornici polaroid?
Oggi ci sono fior di digitali che con appositi programmi propongono i filtri Lomo già in fase di ripresa per non parlare poi degli obiettivi in plastica da applicare a macchine da migliaia di euro.
Come sempre di tutto un po', e con molta confusione.

Io parlerò delle mie esperienze con la Lomo e altre russe, di cinesi e di come si possa partire per un viaggio con alcune scatolette di plastica e la coscienza a posto.

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